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    September 17

    Top Fantasy Award: Agosto09

    Ringrazio la "Fantasy Universe" e la mia dolcissima elfa Arwen
    per questo meraviglioso premio.
    Non so che dire...grazie!
    September 15

    Il canto della Luce

      
     
     
    Consiglio la lettura del racconto unito all'ascolto di questa splendida canzone.
    Clicca il tasto Play e buon viaggio attraverso il sogno...
     
    * * * * *
     

    Ero al settimo boccale di idromele. A malapena sentivo la terra sotto i piedi, come se il mondo si divertisse a fare girotondo attorno a me.

    Davvero un grande sballo!

    Non so perché, ma anche dopo quel gran fluire di alcool mi sentivo ancor più uno schifo. Perché ubriacarmi era solo l’ultimo di una lunga serie di fallimenti che non ero in grado di fermare. Perché, nonostante gli sforzi, non riuscivo a diventare neanche la metà dello scrittore che volevo essere. Avevo smesso di sognare, avevo perso la magia delle parole…sempre che io l’abbia mai posseduta. Che pena!

    «Adesso basta amico. È meglio che tu te ne vada», mi intimò il corpulento barista da dietro il bancone.

    «No…dai…ho appena cominciato…io!» borbottai, alzando il bicchiere mezzo vuoto e buttando giù d’un sorso il prezioso liquido che ne rimaneva. «Un altro, grazie.»

    Il barista mi prese per un braccio e le nostre facce arrivarono a pochi centimetri l’uno dall’altro. La presa era salda, la bocca socchiusa in un ghigno malefico.

    «Io non ti do proprio un bel niente.»

    Sembrava un vitello indemoniato. Gli risi in faccia e in quello stesso istante vidi la collera colorargli di rosso il volto.

    «Ti faccio passare la voglia di prendermi in giro.» Mi trascinò verso la porta e appena fuori mi spintonò, facendomi cadere rovinosamente a terra. Incurante del dolore e della vergogna, mi rigirai sulla schiena. Guardai in alto, verso le stelle.

    Una scia luminosa attraversò veloce il cielo e andò a rifugiarsi tra le fronde oscure del bosco vicino, emanando un intenso bagliore dorato.

    «Alla tua, mia stella…» dissi, mimando un brindisi.

    Dopo qualche minuto, mi alzai a fatica e mi diressi verso una destinazione qualunque. Ignota.

    Le gambe si muovevano da sole, guidate da una strana voce che mi chiamava a sé. La sentivo nella mia testa. Lo so, ero pazzo, ma anche se ne ero consapevole continuai a seguirla. Così senza accorgermene mi immersi nella fitta vegetazione di antiche querce.

    Non avevo paura di perdermi. Strano a dirsi, ma mi sentivo al sicuro, protetto. E poi c’era quella voce: così dolce e rassicurante. Dovevo e volevo raggiungerla.

    Ad un tratto, fra i fusti degli alberi, vidi piccoli fasci di luce pulsare di vita. Lentamente mi avvicinai, sbucando in uno spiazzo dove una sfera dorata mulinava nell’aria, sorretta dalla gradevole brezza della notte. La sfiorava, l’avvolgeva con amore, mentre lei vibrava e mutava forma, circondata da centinaia di minuscole farfalle che riflettevano incantate la sua luce.

    La voce che sentivo dentro di me, iniziò a cantare, a sussurrare parole di cui non comprendevo il significato,ma che mi facevano sentire in qualche modo libero, più leggero.

    Era una melodia splendida.

    Non smettere ti prego, la implorai.

    Davanti a me il globo di luce iniziò pian piano a trasformarsi. Si allungò verso l’alto a formare una siluette slanciata e sinuosa. Sembrava plasmarsi al ritmo del canto…

    Una mano sottile, una chioma fluente e due bellissimi occhi verdi che si aprivano per la prima volta al mondo.

    Era lei che cantava, lei che cercavo: una donna, una ninfa, una musa.

    Semplice e meravigliosa nel suo incedere armonioso e leggiadro.

    Avevo la sensazione che, se mi fossi avvicinato a lei per stringerla, si sarebbe dissolta tra le mie braccia disperdendo tutta quella purezza che irradiava.

    Per questo rimasi tutta la notte nascosto tra gli alberi a guardarla, fino a quando non sentii la nube del sonno giungere a rapire i miei sensi.

     

    Quando riaprii gli occhi, il sole era già alto in cielo. Mi guardai attorno, ma lei era sparita. Nulla che indicasse la sua presenza lì, nulla che mi facesse credere di non averla immaginata.

    Corsi a casa, probabilmente dimenticai anche di richiudere la porta alle mie spalle quando entrai, e presi a scrivere seduto sulla mia scrivania impolverata.

    Ero un fiume in piena. Le parole fluivano senza sforzo e nello stesso istante in cui la mia mente ripensava alla musa del bosco, la mano si muoveva sicura sulla carta. Poggiai la penna solo verso sera. E solo perché mi parve di sentirla ancora cantare.

    Uscii senza badare a niente. L’unica cosa che volevo era lei.

    Raggiunsi il piccolo spiazzo in mezzo al bosco in quello che a me parve solo un attimo. Avevo forse volato? O era il tempo che si burlava di me?

    Sussultai di gioia quando la vidi. La sua voce anche quella volta mi aveva guidato attraverso l’oscurità della notte. Ai miei occhi, lei appariva più bella della sera scorsa. Magari perché il suo corpo non più nudo, era avvolto da una graziosa veste di seta che rendeva i suoi lineamenti più dolci. Oppure era quella maggiore disinvoltura e sicurezza che mostrava danzando fra gli alberi secolari. No, non era nemmeno quello. Osservai meglio: la musa sorrideva quando volgeva lo sguardo verso la mia direzione…

    Non nasconderti per me, sussurrò la musa senza smettere di cantare.

    Poi mi prese le mani tra le sue e mi portò con lei all’interno del bosco. Volteggiava attorno ai fusti con una naturalezza sconvolgente, che mi lasciava senza fiato. Un’aurea calda la circondava e illuminava ogni cosa vicina a lei. Era come se ogni forma di vita rinvigorisse al suo passaggio. E io con loro.

    Ogni volta che rincasavo, riprendevo a scrivere alimentato da linfa nuova, per poi tornare dalla mia musa al calar del sole.

    Spesso mi chiedeva del mondo fuori dal bosco, delle persone che lo abitavano e delle meravigliose storie che scrivevo. In alcuni momenti avrei voluto nasconderle l’orrore, il dolore e l’ipocrisia che speravo non la contaminassero mai, ma lei sembrava così avida di sapere, che mi rispose che anche quello faceva parte della nostra esistenza e quindi non potevo ometterglielo.

    «Perché non mi racconti mai di te» le domandai una notte.

    Lei si avvicinò e dolcemente accarezzò il mio volto.

    Non ce n’è bisogno. Tu sai chi sono.

    «Chi sei?»

    Il suo viso si illuminò in un sorriso.

    Io sono la tua musa, la luce che ti guiderà altre le tenebre del tuo cuore. Sono colei che ami e che non ti abbandonerà mai, qualunque cosa accada, ovunque noi saremo. Ricorda che io resterò sempre con te.

    In quel momento non capii quelle parole, finché una notte lei non venne più alla radura. Se ne era andata, mi aveva lasciato.

    “Qualunque cosa accada, ovunque noi saremo”,così aveva detto. Le sue parole erano d’addio. Eppure avrei dovuto capirlo allora: i suoi occhi si erano incupiti e il suo sorriso era velato di malinconia. Lei sapeva che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro.

    Notte dopo notte la cercai. Nel bosco, nei miei sogni, nelle donne che incrociavano il mio cammino. Continuavo a scrivere di lei, per lei, così da tenere vivo in me il suo ricordo, anche se sapevo che prima o poi mi avrebbe logorato il desiderio di rivederla.

    Dov’era fuggita?

    E mentre continuavo a tormentarmi, qualcuno bussò alla mia porta.

    Un temporale imperversava quella sera, per questo all’inizio tentennai ad aprire. E quando lo feci, vicino all’uscio, seduta sui gradini di casa, vi trovai una ragazza completamente fradicia. Mi presi cura di quella sconosciuta, cercai di riscaldarla ravvivando il fuoco del camino e le diedi dei vestiti asciutti. Provai a chiederle chi era, da dove veniva, ma non ricordava, non sapeva. Si era trovata distesa su una strada deserta, aveva vagato a lungo imbattendosi poi nella mia casa. L’unica con le luci ancora accese.

    «Non ti preoccupare, andrà tutto bene, ti aiuterò a ritrovare il tuo passato. Per un po’ potrai stare qui da me, se lo vorrai. Dormirai nella stanza di sopra, mentre io mi sistemerò sul divano.»

    «Grazie!» mormorò lei con le lacrime agli occhi.

    «No, figurati! Piuttosto devo trovarti un nome, dato che il tuo non lo ricordi.»

    In quel momento, l’occhio cadde su una frase del manoscritto che stavo scrivendo: “Non perdere mai la speranza”…

    «Speranza…Hope! Ti piace?»

    Lei mi guardò e annuì, felice di aver ottenuto almeno una parvenza di identità.

    Col passare del tempo, Hope si rivelò un elemento prezioso nella mia vita. Si prendeva la briga di occuparsi della casa al posto mio, si occupava con zelo di me e spesso e volentieri mi dava una mano con le ricerche per il mio libro. Sembrava non importarle riacquistare la memoria, l’unica cosa che voleva era leggere, per prima, il romanzo una volta finito. Per questo m’incoraggiava, mi spronava ogni volta che mi bloccavo o avevo dei dubbi in merito a qualche passaggio.

    Mi ricordava la mia musa, ma sapevo che non era lei. Hope era una ragazza molto dolce, carina, solo che quello che provavo per lei non era così intenso, come quello che sentivo per la mia musa.

    D’altro canto, grazie a lei, non impiegai molto tempo prima di scrivere la parola “fine” alla mia storia. Quando ripiegai il manoscritto, non riuscii a credere ai miei occhi. Ero così contento che travolsi con un abbraccio la povera Hope, la quale trafficava ignara tra i fornelli della cucina.

    «L’ho finito! Ce l’ho fatta!» urlai di felicità.

    Vidi i suoi occhi scuri brillare e con un largo sorriso mi disse: «Posso leggerlo?»

    Appena posi il malloppo mal rilegato sulle sue mani, lei scivolò via tuffandosi sul divano e immergendosi completamente nella lettura.

    Quando potevo, sbirciavo l’espressione del suo volto, per poter carpire ogni sensazione che provava. Mai vidi affiorare disgusto, disapprovazione o incomprensione, dato che la vidi ridere, sospirare o piangere.

    Poi d’improvviso la mano, che fino a quel momento aveva giocato allegramente coi suoi boccoli corvini, si bloccò. Il suo viso si rabbuiò e, senza alzare lo sguardo, ripose delicatamente il manoscritto sul comodino.

    La guardai sbigottito, senza capire. «Non ti è piaciuto?»

    «Al contrario, è una bellissima storia» rispose pensierosa.

    «Allora cosa c’è che non va?» insistetti cercando di reprimere l’agitazione che provavo.

    I suoi occhi incrociarono i miei. C’era qualcosa di diverso in lei.

    «La ami così tanto, vero?!»

    Mi aspettavo qualsiasi cosa, ma non quella. «Sì.»

    Si alzò e venne verso di me. Le sue guance erano rigate dalle lacrime.

    «Io quindi non ti basto? Non ci sarà mai posto nel tuo cuore per me.»

    «Hope, io ti voglio un gran bene. Sei una persona speciale, una persona per me molto importante, ma…»

    «Lascia stare» mi interruppe, premendo un dito sulle mie labbra. «Il libro è terminato, così come lo è il mio tempo, non c’è bisogno che io rimanga oltre.»

    «E la tua memoria?» mi preoccupai.

    «Puoi stare sereno, ormai ricordo tutto.»

    Quando? Perché me lo aveva tenuto nascosto?

    Accostò il suo volto al mio e mi baciò. Non so perché, ma risposi al bacio. Sentii il mio cuore sussultare di passione, irradiando in me un calore inaspettato. Una sensazione già provata.

    No, non può essere…

    «Addio.»

    Improvvisamente le sue mani si allontanarono da me e la sentii andare via. Percepii un senso di vuoto avvolgermi.

    Silenzio.

    Quando mi voltai, lei ormai era uscita da tempo. Non aveva portato dietro niente, eppure mi sembrava avesse portato via tutto. Mi aveva spogliato di ogni cosa, di ogni sentimento e ispirazione.

    Una notte senza luna calò mentre, affrontando il gelo dell’inverno, provai a raggiungerla. Non poteva essere andata lontana e ormai solo il bosco rimaneva da perlustrare.

    Fu in quel momento che sentii la voce. Il canto della musa. Solo che la radura non aveva più niente dell’antico splendore, sembrava un’isola morta, senz’anima, ricoperta da una leggera nebbia che rappresentava l’unica fonte di luce nell’oscurità che avvolgeva la vegetazione.

    Hope era rannicchiata sopra un gruppo di massi. Immobile. Pallida.

    La cinsi tra le mie braccia. «Hope…svegliati, resta con me» esclamai disperato.

    Subito sentii il suo corpo muoversi nel mio abbraccio e la vidi aprire gli occhi arrossati dal pianto. Con dolcezza le accarezzai i lunghi capelli.

    «Che stupido sono stato a non capirlo prima. Io ho bisogno di te, non posso permetterti di andare via senza di me. Io ti amo» e le baciai la fronte. «Riuscirai mai a perdonarmi?»

    «Forse» sussurrò divertita Hope simulando una certa riluttanza.

    Alzò il braccio verso di me e un piccolo globo di luce dorata si formò sul palmo della sua mano.

    «Io non ti abbandonerò mai, qualunque cosa accada, ovunque noi saremo! Io resterò sempre con te.»

    Sgranai gli occhi. «Eri tu?»

    «Sì.»

    La baciai e tutto intorno a noi si illuminò. Piccole stelle caddero dal cielo per avvolgerci col loro splendore, mentre le fronde degli alberi ritrovarono la loro millenaria vitalità.

    Era l’inizio della nostra storia. Una storia che però avremmo scritto insieme.

     

    * * * * *

     
    September 11

    Sirene

    Nelle notti di luna piena,
    un canto si leva dal mare.
    Una melodia dolce che ammalia e respinge.
    Per questo le navi dei pirati,
    badano bene a tenersi lontano dagli scogli...
    ...perchè così possono tenersi stretta la loro anima.
     

    Immergiti insieme a me nel profondo del LA GROTTA DELL'ACQUA